Il 2019 non è stato un anno fortunato per gli incentivi alle imprese innovative. Iniziato con grandi aspettative (incentivo fiscale del 50% per le acquisizioni, deduzioni fiscali innalzate al 40% per gli investimenti nel capitale di rischio, crescita triplicata della raccolta sull’equity crowdfunding, il mercato per eccellenza delle imprese innovative) l’anno si è, invece, chiuso molto più mestamente.

Se notizie positive sono, infatti, giunte dal crowdfunding, che ha continuato la sua corsa, dati molto meno rassicuranti sono emersi dalle rilevazioni di Unioncamere che hanno evidenziato un brusco rallentamento della crescita delle start up innovative, passata da tassi di natalità superiori al 20% di cinque anni fa a poco meno del 3% nel 2019, come evidenziato dall’articolo de Il Sole 24 Ore.

Mentre si andava evidenziando la frenata delle start up, dal Governo giungeva anche la rinuncia a notificare a Bruxelles le misure di incentivazione fiscale a favore delle imprese innovative, a causa dei limiti di compatibilità con le norme europee che queste misure presentavano.

Inevitabile chiedersi se vi sia stato un nesso tra questi due fenomeni o se il minor smalto dimostrato dalle start up innovative segua logiche proprie del mercato.

I numeri sono chiari: diminuisce la forza lavoro, si riduce il valore della produzione e anche quello dell’attivo di bilancio. Dati che,  peraltro,  possono anche essere interpretati come indice di una dinamica di medio-lungo periodo che, da un lato, vede le start up migliori fare il “salto di categoria” per entrare tra le PMI innovative e, dall’altro, registra la progressiva conclusione dell’effetto catching up innescato dalla norma del 2012, che aveva introdotto questa nuova categoria “giuridica” inducendo molti startupper o aspiranti tali a “riprogrammarsi” come start up innovative.

Resta il fatto, senz’altro positivo, che il legislatore ha lasciato intendere di voler invertire il trend, riportando le dinamiche del segmento delle start up innovative agli antichi fasti.

Sul tavolo del Governo c’è l’ipotesi di riformulare le misure di incentivazione con modalità “compatibili” con le norme europee. Ipotesi che va a braccetto con le proposte di legge che prevedono la completa detassazione delle plusvalenze da partecipazioni in imprese innovative o la deducibilità del 50% delle minusvalenze o lo “sconto fiscale” del 90% per l’acquisizione di imprese in procedura fallimentare.

Interventi che riguarderanno non solo le start up innovative ma anche le “sorelle maggiori” ovvero le PMI innovative che, come le prime, si caratterizzano per alti livelli di innovazione e di forza lavoro qualificata ma che, a differenza delle start up, possono distribuire dividendi e, soprattutto, non hanno “limiti di età”.

La crescita del segmento delle PMI innovative in questi anni è continuata con ritmi costanti ma sicuramente inferiori a cosa ci si potesse aspettare: rispetto alle 20.000 PMI innovative potenziali presenti in Italia, stando alle indagini svolte dai principali istituti di ricerca, nel Registro Imprese ne risultano attualmente 1.400.

Per un approfondimento sulla situazione delle PMI innovative in Italia puoi consultare anche il nostro articolo dedicato.

Decisamente troppo poche. Come mai? Probabilmente per una mancanza di informazione o, addirittura, per una mancanza di fiducia da parte delle imprese “mature” che si ritengono spesso prive dei requisiti per aspirare a questo salto di qualità e per accedere alle agevolazioni previste dalla normativa.

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News del 11 febbraio 2020

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