Criteri ESG: cosa significa la E di “Environmental”
Quando si parla di dimensione ambientale nei criteri ESG, il rischio è di ridurla a un elenco di buone intenzioni ecologiche: installare pannelli solari, ridurre la plastica… Tutto corretto ma si tratta di una visione parziale.
La E di Environmental definisce l’impatto complessivo che un’attività d’impresa genera sull’ecosistema, sia diretto che indiretto. Questo significa che riguarda non solo le aziende con ciminiere o stabilimenti inquinanti, ma qualsiasi impresa che consumi energia, utilizzi materie prime, produca scarti o dipenda da una catena di fornitura. In altre parole, praticamente tutte.
Il punto di svolta degli ultimi anni è che questo impatto è diventato misurabile, confrontabile e sempre più determinante nelle decisioni di banche, investitori e clienti. Non è più un tema di sensibilità personale dell’imprenditore: è una variabile di business.
Cosa rientra nella dimensione ambientale
Il perimetro della E è strutturato intorno a quattro aree principali:
- La prima riguarda il clima e le emissioni. Rientrano qui la riduzione dei gas serra, le strategie per raggiungere la neutralità carbonica e la transizione verso fonti energetiche rinnovabili. È l’area più normata e più monitorata, guidata da protocolli globali.
- La seconda è la gestione delle risorse naturali: consumo sostenibile dell’acqua, tutela del suolo e della sua fertilità, conservazione della biodiversità, contrasto alla deforestazione. Sono temi che riguardano soprattutto le imprese agricole, alimentari e manifatturiere, ma non solo.
- La terza area è quella dei rifiuti e dell’economia circolare: minimizzazione degli scarti, riciclo, gestione sicura delle sostanze pericolose, riprogettazione dei prodotti per ottimizzare il ciclo di vita dei materiali.
- La quarta è la filiera sostenibile. Un’impresa non risponde solo del proprio impatto diretto, ma anche di quello generato dai propri fornitori e partner commerciali. Questo aspetto è sempre più centrale nelle richieste dei grandi committenti e nella rendicontazione prevista dalla CSRD.
Perché conviene: i vantaggi economici dell’impegno ambientale
La tutela ambientale viene ancora percepita da molti imprenditori come un costo aggiuntivo, mentre i dati raccontano una storia diversa.
- Sul fronte dei costi operativi, consumare meno energia e utilizzare fonti rinnovabili riduce direttamente le spese fisse così come usare meno materie prime e riciclare gli scarti abbatte i costi di acquisto e di smaltimento. Non si tratta di effetti marginali: in molti settori manifatturieri, l’efficienza energetica è oggi una delle leve più significative per migliorare i margini senza toccare i prezzi di vendita.
- C’è poi il tema della dipendenza dalla filiera naturale. Il 72% delle imprese dell’Eurozona dipende direttamente da almeno un servizio ecosistemico: acqua pulita, suoli fertili, protezione da eventi estremi (Fonte: Banca Centrale Europea). Preservare il capitale naturale non è un atto di generosità verso il Pianeta: è proteggere la continuità operativa dell’impresa da scarsità di risorse, ritardi nella catena di approvvigionamento e impennate dei prezzi delle materie prime.
- Il ritorno sull’investimento ambientale è documentato. La Commissione Europea stima che ogni euro investito nel ripristino della natura generi tra 4 e 38 euro di valore economico complessivo (Fonte: Commissione Europea, Nature Restoration Law Impact Assessment).
- Sul fronte della reputazione e del mercato, le imprese con un profilo ambientale solido attraggono più facilmente talenti qualificati, fidelizzano i clienti più consapevoli e si differenziano dai concorrenti in modo difficilmente replicabile nel breve termine. La sostenibilità ambientale documentata e verificabile è anche la difesa più efficace contro le accuse di greenwashing, che espongono l’azienda a rischi legali e reputazionali crescenti.
- Sul fronte finanziario, banche, assicurazioni e investitori istituzionali integrano ormai sistematicamente i rischi ambientali nelle proprie valutazioni. Un profilo ambientale solido riduce il costo del debito, facilita l’accesso al credito e apre le porte a strumenti specifici come i prestiti verdi, i basket bond e i fondi pubblici legati agli obiettivi del Green Deal europeo.
Come agire per valorizzare l’impegno ambientale
La dimensione ambientale non si affronta con iniziative estemporanee: richiede un approccio integrato, che parta dalla misurazione e arrivi alla rendicontazione.
Abbiamo individuato 4 fasi essenziali:
- Il primo passo è sempre la mappatura dei consumi: energia, acqua, materie prime, rifiuti prodotti. Molte imprese scoprono in questa fase sprechi che nessuno aveva mai quantificato, e che una volta identificati si traducono rapidamente in risparmi.
- Il secondo passo è definire obiettivi misurabili. Non “ridurre le emissioni”, ma “ridurre del 20% il consumo energetico entro il 2027”. Un obiettivo senza un numero e una scadenza non è un obiettivo, è solo una buona intenzione.
- Il terzo passo è estendere la visione alla filiera. Mappare i fornitori chiave, valutarne l’impatto ambientale e avviare un dialogo su standard condivisi è sempre più necessario, sia per rispondere alle richieste dei grandi clienti sia per ridurre i rischi operativi legati alla dipendenza da fornitori vulnerabili.
- Il quarto passo è rendicontare in modo trasparente e continuativo. I dati raccolti devono diventare informazioni comunicabili verso banche, clienti e partner. È qui che la dimensione ambientale smette di essere un costo e diventa un asset.
Un ultimo punto che vale la pena sottolineare è che la dimensione ambientale funziona solo se è sostenuta da una governance solida e da un impegno sociale coerente. Bisogna sempre tenere presente che le tre dimensioni dell’ESG si rafforzano a vicenda.
Scopri come ESGPass può aiutare la tua impresa a valorizzare l’impegno ambientale!


